Per liberare Roma, la memoria è importante…

 

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Poco più di un anno fa, a pochi mesi dall’assemblea al Teatro Valle che doveva sancire – a partire dall’elaborazione e sottoscrizione di un Manifesto di cittadinanza –  una nuova coalizione per Roma, pochi giorni prima dell’altrettanto partecipata assemblea de La Roma che vogliamo e in prossimità dell’esperienza di CoCoMeRo/Liberare Roma, diffondemmo questa “lettera disperatamente aperta”, riportata qui sotto. Correva il giorno 26 ottobre del 2012.

In un Paese smemorato come il nostro – che non riesce mai a fare i conti con se stesso – la proponiamo come elemento di riflessione, a più di 200 giorni dalla proclamazione del nuovo sindaco della Capitale. Questa nostra è una dichiarazione d’amore e di sofferenza; è una lettera sentimentale, un po’ presuntuosa, che trasuda tanta ingenuità, soprattutto in tempi cinici come i nostri. Eppure quelle che vi proponiamo sono parole che ci suonano tremendamente attuali. Pur temendolo e dichiarandolo, non immaginavamo che la società romana avrebbe indugiato così tanto nell’autolesionismo, fino alla situazione disastrosa in cui ci troviamo ora. Proprio come nella parabola della rana e dello scorpione, eravamo profondamente coscienti dei rischi che la mancanza di una reale alternativa avrebbe prodotto, dei danni che l’ennesima riaffermazione di un modello tristemente rodato, distruttivo e perdente (per la maggior parte della città) avrebbe ulteriormente generato. Eppure eccoci qui, tornati al punto di partenza. Solo che ogni volta il punto da cui ripartire arretra, irrimediabilmente, irreversibilmente. E ogni volta ne siamo sempre più corresponsabili.

Questa consapevolezza però, il nostro stesso fallimento, non fa e non farà mai di noi dei cinici. Tutto questo non ci persuaderà mai che l’unica strada percorribile sia quella della “resa resistente”, quella dell’impotente testimonianza, dei “volenterosi megafoni”. Noi continuiamo a credere nella necessità di un progetto complessivo, che guardi lontano e abbia il coraggio di assumersi la responsabilità del cambiamento, non solo per Roma, ma per l’Italia, per l’Europa e per il Mediterraneo. E questa responsabilità, qui e ora, passa per la costruzione di un nuovo immaginario. Non può esserci una nuova rappresentanza senza una nuova rappresentazione, nessun futuro si può costruire su un tragico vuoto di memoria.

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LETTERA DISPERATAMENTE APERTA A ROMA

alla città che siamo ma che vorremmo abitare

Lei, di noi, non ricorderà nemmeno il nome.

Noi invece abbiamo ripensato a lei, alla Roma di una bellezza che non si può discutere, all’ambigua modernità che intralcia il suo ingombrante passato. Abbiamo pensato anche a chi la abita e a chi pensa di possederla, alle istituzioni costituite e costituenti, alla Roma delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali.

Lei si chiederà chi siamo, come ci permettiamo di importunarLa.

Noi siamo parte dei senza parte, stranieri della lotta che era già nostra.

Non abbiamo eletto l’antagonismo a residenza ideale, non ci accontentiamo più di essere i testimoni di una presunta, elettiva, differenza; perché abitare il nostro ombelico è oltremodo noioso, la postura da furiosi ci ha già stancato e l’idolatria della “narr-azione” ci ricorda troppo quel famoso detto che tanto La rispecchia, Io so’ io e voi nun siete ‘n cazzo. 

Noi siamo abitanti di questo tempo, partigiani dell’idea che la politica è l’unico mezzo umano per liberarci. Per scelta siamo eredi dei nonni, più che dei padri. Non abbiamo paura di ereditare macerie, né di fallire. Non abbiamo più nulla da perdere. Non vogliamo parlare in un nome di un sapere né di un potere, noi siamo la chiamata del tempo necessario.

Lei si chiederà, a ragione, di che tempo parliamo e perché lo consideriamo anche necessario.

Bene, è semplice risponderLe. Il tempo che stiamo vivendo è il momento che divide l’opportunità dal pericolo. Necessario è l’orizzonte di scelte che ci si pone davanti. Questo tempo ci chiama a raccogliere le energie, a sviluppare una capacità di azione, ad assumerci la responsabilità di cambiarLe, per l’ennesima volta, il destino. O quantomeno provarci.

A questo punto, cara Roma, Lei ci crederà sicuramente dei presuntuosi.

Non lo neghiamo, ma vogliamo correre il rischio. Per molto tempo siamo stati persuasi che qualcuno si sarebbe curato di Lei e anche di noi. Ci hanno fatto credere che non saremmo mai stati alla Sua altezza, che per vederLa splendere avremmo dovuto aspettare l’ennesimo uomo della provvidenza, che le nostre buone idee e le nostre capacità non sarebbero mai bastate ad assicurarLe forma e sostanza di un buon governo.    

È giunto il momento di rompere questo incantesimo che ha intrappolato Lei e noi per troppo tempo.

Le esperienze e i saperi che Le vivono dentro, se si persuadono di appartenere ad un medesimo orizzonte, invece di confidare nella propria irriproducibilità, possono diventare una opportunità concreta, perché già prefigurano la sua futura, possibile, bellezza. Se invece queste stesse esperienze e questi stessi saperi non saranno in grado di affrontare il tempo che ci aspetta, rimarranno promesse im-potenti, frammenti di antagonismo, brandelli di testimonianza, capaci unicamente di preservare se stessi, lasciando tutto il resto all’oscena bulimia del potere costituito.

Il pericolo che corriamo è già realtà, il progetto fallimentare che può rendere noi ancora più reietti e Lei ancora più brutta e invivibile è già dispiegato. Lasciare che le cose vadano come devono andare, ora, è una nostra precisa responsabilità. E quando sarà troppo tardi per porvi rimedio, potremo biasimare solo noi stessi per non essere stati all’altezza delle idee che abbiamo professato.

Avevamo capito che la prudenza fosse una passione triste. Vale la pena chiedersi se è meglio rischiare di tradire le proprie idee, mettendole completamente in gioco e verificandole, o esser certi di tradire Te, stupenda e misera città, e con te l’ultima possibilità di liberarti e di viverti felicemente.  

Roma, 26.10.2012

Carlo Antonicelli
Davide Franceschini
 
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Giovedì 19 luglio 2012 nel foyer del Teatro Valle, si tenne un’assemblea molto densa e partecipata. Questo incontro era stato preceduto da un primo appuntamento, tenuto il 4 giugno 2012 presso la Città dell’Altra Economia, dal titolo Una coalizione per ripensare il futuro degli spazi pubblici a Roma, promossa dal Quinto Stato a partire da una proposta (e con il coordinamento) da tre dei suoi animatori/trici, Davide Franceschini, Monica Pasquino e Viola Giannoli. Nel corso di quell’incontro, molte delle reti, delle associazioni e dei comitati impegnati a difendere la città dai processi di privatizzazione, cementificazione e dalla speculazione, hanno espresso –  come non è più avvenuto nei delicati mesi successivi, segnati da una profonda e insensata spaccatura sulle candidature – la necessità di mettere in campo una reazione collettiva e plurale per rilanciare una nuova idea di città e di cittadinanza, ripensando, mappando e ricollegando le lotte per i beni comuni che attraversavano Roma ormai da anni. Da quella prima discussione era nata l’idea di scrivere insieme un manifesto, che potesse essere una base per federare le lotte sul presente e sul futuro della città.

L’incontro del 19 luglio puntava quindi ad un confronto sulla prima bozza – scritta dalla redazione del Quinto Stato, in particolare da Chiara Giorgi, Dario Gentili, Davide Franceschini, Monica Pasquino e Dominga Colonna – del Manifesto per un’altra idea di città.

Il testo del Manifesto, con gli emendamenti e le integrazioni proposti nel corso di quella seconda assemblea, fu completato tra settembre e ottobre, ma l’inasprirsi dei dissensi tra quegli stessi attori, produsse un meccanismo di veti incrociati che destituì di fatto, malgrado una sostanziale condivisione dei contenuti, la possibilità di farne uno strumento di dialogo e una piattaforma a sostegno di un’unica candidatura civica (come era già successo in altre città d’Italia).

Da quel fallimento, da quella presa d’atto, nacquero (già ipotecati, ma non privi di speranze) gli ulteriori tentativi promossi da Modello Roma/La Roma che vogliamo, Da Zero e dallo stesso  Co.Co.Me.Ro/Liberare Roma, frenati tutti dalle medesime dinamiche, rese sempre più convulse e conflittuali dall’avvicinarsi delle elezioni amministrative. In ognuna di queste iniziative noi siamo stati convinti sostenitori, collaboratori e promotori, persuasi (sulla scia dei successi referendari del 2011) che una coalizione dal basso fosse l’unica strada praticabile per dare a Roma un destino diverso da quello che è tornata a subire. E questo anche e soprattutto a causa dell’incapacità della sua società civile di riconoscersi e guardare lontano, finalmente insieme.

La lettera “disperatamente aperta” nasce dopo il fallimento del Manifesto promosso dal Quinto Stato e prima del tentativo de La Roma che Vogliamo (la cui gremita assemblea costituente, il 27 ottobre 2012 presso l’aula magna della Facoltà di Ingegneria de La Sapienza, fu di fatto inficiata dalla prematura candidatura, solo pochi giorni prima, di Sandro Medici con la Repubblica Romana).

Questo breve promo fu realizzato da Davide Franceschini, Federico Di Iorio e Dominga Colonna per lanciare la giornata del 19 luglio.

 
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