Città-Campagna

Tutela e rilancio dell’Agro Romano

Da quando Roma è diventata Capitale d’Italia il rapporto tra città e campagna è sempre e univocamente stato quello di sfruttamento e di consumo della campagna da parte di una città in perenne e spesso gratuita espansione, promosso dalla speculazione edilizia, principale motore economico dell’Urbe. Un meccanismo che, se è vero che ha dato lavoro a molti, ha sempre redistribuito pochissima ricchezza, permettendo l’accumulo parassitario di enormi capitali nelle mani di pochi attraverso la rendita e producendo parallelamente enormi costi sociali, e quindi un debito pubblico ormai insostenibile.

Punto di partenza di qualsiasi ragionamento urbanistico non può non essere l’arresto totale del consumo di suolo agricolo.

Fermare la rendita per reinventare un nuovo rapporto tra città e campagna stabilendo un principio di rigenerazione reciproca che permetta di salvaguardare l’Agro romano, patrimonio paesaggistico ed agricolo unico, di fermare l’insensata espansione urbana promossa dalla rendita e di rigenerare sia la città sia la campagna ritrovando tra i due termini una reciprocità e un equilibrio perduti da tempo. Si tratta di attivare un processo di trasformazione sostenibile sia della campagna che della città, un processo a basso tenore di capitale e ad alto tenore di lavoro, che permetta di immaginare il reimpiego nel recupero urbano e nello sviluppo agricolo di quel vasto settore di impiegati nell’espansione edilizia.

Per quanto riguarda la campagna bisogna stabilire nuove forme di gestione del patrimonio agricolo dismesso in chiave produttiva ma anche sociale e culturale, sulla base degli esempi offerti dalle esperienze di orti e giardini condivisi, del ritorno dei giovani verso l’agricoltura di qualità e biologica, dei gruppi di acquisto e delle esperienze di servizi educativi e sociali in campo agricolo come gli agroasili, e le forme di orticultura dedicate alle diverse forme di disagio sociale dai disoccupati, ai rifugiati, ai diversamente abili.

Un ulteriore sviluppo all’interazione tra città e campagna può essere dato dall’utilizzo di beni organici un minuto prima che divengano rifiuti: su piccola scala da scarti di cibo dell’alimentazione umana a cibo per animali e compostaggio di qualità. Impianti di compostaggio aerobico e anaerobico prossimi alla fonte del rifiuto (allevamenti, borghi) per produzione di biogas ad uso locale ed ammendanti per la salute e la fertilità del terreno agricolo.

Importante l’uso del territorio agricolo per la produzione locale di energie, per il mantenimento della qualità delle acque di scorrimento, l’arresto dell’impermeabilizzazione del suolo agrario, la tutela delle sorgenti e dei corsi d’acqua, dei bacini dell’Aniene, dell’Arrone, del Tevere. Da non tralasciare l’importanza dell’accesso e dell’uso pubblico delle aree agricole anche come spazi verdi e luoghi di uso e produzione culturale, smettendo di sottrarre suolo all’Agro per realizzare improbabili e spesso abbandonati giardini pubblici, sprecando i proventi degli oneri di urbanizzazione.

Questa integrazione su suolo agricolo di pratiche produttive e di servizi alla città e alla cittadinanza, trasforma l’Agro Romano in un territorio per la sperimentazione di nuove forme di imprenditoria sociale, in grado di contribuire alla riduzione della disoccupazione e alla implementazione dei servizi.

Questo processo toccherà e integrerà quindi i temi della cultura, del welfare, del lavoro, della sostenibilità e anche della democrazia dal momento che la gestione locale delle terre agricole pubbliche e di quelle dismesse, eventualmente ripubblicizzate o parzialmente dedicate ad usi collettivi, può diventare un interessante esperimento di gestione del bene comune suolo agricolo, rilanciando l’interazione pubblico privato, l’eventuale ri-costituzione di terre collettive e delle Università Agrarie, e la ri-formulazione attualizzata alle esigenze di oggi degli usi civici su proprietà sia pubblica che privata.

Questo processo di riconversione agricola favorisce anche la vendita diretta dei prodotti agricoli in situ, riducendo le filiere, e lo sviluppo della produzione e della trasformazione di prodotti alimentari di qualità, nella prospettiva dI un ritorno alla “sovranità alimentare”.

Lorenzo Romito

Ripensare la città costruita

Ripartire dall’arresto del consumo di suolo significa affermare la possibilità che la campagna possa tornare ancora ad essere un organismo vivo, rigenerante e produttivo e che – in una rinnovata interdipendenza – la città possa riprendersi il suo passato e il suo diritto al futuro, tutelando, riattivando e reinventando tutto l’immenso patrimonio disponibile che già trattiene in sé, dentro e fuori le mura.

Partire dalla lotta contro l’espansione edilizia per ripensare, recuperare, rendere più vivibile e ricca la città costruita, dal punto di vista ambientale, sociale e culturale.

Per fare questo è necessario rintracciare e riattivare le realtà urbane coerenti, luogo delle reti sociali locali, dei servizi primari, della possibile e reale identità comunitaria: quartieri, piani di zona, comuni dell’hinterland, borghi, borgate. Unità territoriali dove agiscono – spesso con maggiore inclusività ed efficienza della stessa istituzione – soggetti di cittadinanza, movimenti, comitati di quartiere, associazioni che si occupano di ambiente, di cultura e di solidarietà.

Si tratta di costellazioni di abitudini, narrazioni condivise e attive a cui non è riconosciuta la minima forma di autogoverno, né alcun peso nei processi di trasformazione della città. Si tratta di organismi urbani che subiscono l’abbandono e la privatizzazione dei beni pubblici, vedendosi sistematicamente espropriati di quelle indispensabili risorse per realizzare a pieno il diritto alla città per tutte e tutti.

Nel costituente percorso federativo che abbiamo intrapreso queste “comunità metropolitane” sono quelle realtà territoriali a cui riconoscere un livello di autodeterminazione, un peso ed un ruolo nella costruzione dei processi di recupero urbano e di riproduzione delle reti sociali. Individuare le “comunità metropolitane” e le risorse di spazi pubblici per il loro sviluppo ambientale, sociale e culturale, raccogliere le esperienze di cittadinanza che vi si svolgono a supplenza dell’iniziativa pubblica, condividere le proposte dei cittadini sui possibili utilizzi del patrimonio pubblico dismesso, è l’unica strada per restituire all’Istituzione del Comune una reale sostanza democratica e una concreta chance di rinascita.

Ridare nuova vita, nuova forma e nuovi significati a tutti quei luoghi pubblici e privati abbandonati o sottoutilizzati, attraverso il contributo di chi li abita, li utilizza, li mantiene e li desidera, è la sfida innovativa che la città deve necessariamente affrontare per liberare il lavoro, per garantire qualità della vita e coesione sociale, per riattivare il tessuto urbano.

Il tema del recupero e della riqualificazione, in questa prospettiva, assume quindi il primo posto nell’agenda economica e politica della città, come strutturale antidoto alla marginalizzazione e all’alienazione degli spazi, dei territori e delle comunità, come alternativa concreta al monopensiero che vede l’edilizia sinonimo di lavoro e nuova edificazione.

Questa alternativa sarà sostenibile anche dal punto di vista sociale ed economico, se saprà catalizzare e attivare nel suo processo tutte la progettualità, le culture, le esperienze, le pratiche, le competenze, le professionalità e le risorse che sono già disponibili nella città – compreso il settore edilizio – e che hanno solo bisogno di essere coinvolte, valorizzate e messe a confronto in questo diverso processo.

Rigenerare non è solo un modo sostenibile per impedire l’inutile svendita del patrimonio pubblico a solo favore della speculazione edilizia e della rendita fondiaria, ma la via più praticabile ed efficace per restituire futuro e autonomia alle comunità e ai territori, contribuendo a promuovere l’autogoverno e attraverso di esso nuove forme di cooperazione e di mutualismo; trasformando il processo di recupero in un motore di ricostruzione e reinvenzione degli spazi, delle relazioni e del reddito.

 
Carlo Antonicelli
Davide Franceschini
Barbara Pizzo
Lorenzo Romito
 
 
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