Passato-Futuro

La cultura come eco-sistema cittadino 

Collocare la Cultura e l’Ambiente – in misura strettamente interrelata –  al centro del programma politico ed economico di un’azione di governo locale e nazionale, significa non solo compiere una rivoluzione copernicana rispetto ad una visione oltremodo vetusta e fallimentare del destino italiano, ma sostituirgli una volta per tutte il motore propulsore, in una prospettiva finalmente sostenibile e progressiva.

Questa rivoluzione copernicana e la potenzialità di questa rinnnovata propulsione, sono suggerite proprio dai numeri che questo sistema di risorse materiali e immateriali riesce ad esprimere malgrado tutto. Restituire bellezza, dignità a questo Paese, non è solo un dovere che abbiamo verso la sua immensa e irriproducibile eredità materiale e immateriale, ma anche l’unico modello di sviluppo che sia in grado di produrre e riprodurre benessere sociale ed ambientale valorizzando – e non distruggendo o consumando – le risorse di questo stesso benessere.

La Cultura è un sistema potenzialmente organico, composto da produzioni culturali, produzioni creative, patrimonio storico-artistico e architettonico, arti performative e visive, con le rispettive filiere e indotti.

Questo “sistema” e i numerosi settori non strettamente culturali da esso attivati, corrisponde grossomodo al 15% dell’economia nazionale con oltre 4,5 milioni di persone coinvolte, pari al 18,1% degli occupati a livello nazionale. Parliamo, ad oggi, di un ⅕ della forza lavoro italiana; una forza lavoro tra le più qualificate ma anche tra le meno tutelate e valorizzate del paese.

La contrazione dell’investimento statale si è esponenzialmente riversato sulle istituzioni di prossimità, che non riuscendo (o non volendo) a loro volta investire in questa direzione, hanno innescato meccanismi di delega privatistica senza nessuna progettualità e senza nessuna supervisione. Ne risulta un quadro di sfruttamento (umano e materiale) deregolamentato e privo di visione.

Il quadro rimane fortemente frammentato e molto al di sotto di quanto sarebbe necessario per garantire un adeguato funzionamento del sistema di tutela, conservazione e promozione della cultura, investendo solo 1,4 miliardi di euro, ovvero un misero 0.19% del Pil, a fronte della produzione di beni e servizi culturali che, si stima, corrisponda invece a circa il 2,6% del Pil.

A fronte di questi dati e vista l’assoluta necessità di ridefinire, qui ed ora – anche e soprattutto ripartendo dalla rifunzionalizzazione delle istituzioni di prossimità – l’intero progetto politico ed economico del Paese, non è possibile continuare ad affrontare le politiche culturali ed ambientali come corollario, come spesa, come orpello, come qualcosa di sganciato alla profonda crisi dell’economia, del sistema produttivo, del lavoro e del welfare.

In questo orizzonte molto concreto Roma, che da sola esprimere il 30% del patrimonio nazionale, rappresenta in sé un modello di sviluppo autoportante, in scala, di questo intero sistema e delle sue potenzialità.

In virtù di questa immensa risorsa – che non è “disponibile” e non va assolutamente considerata un “petrolio” da sfruttare indiscriminatamente e a ribasso – mettere al centro la Cultura e l’Ambiente significa bilanciare il rapporto tra area metropolitana e territori, riattivando le comunità e contrastando la deleteria pulsione centripeta attraverso l’attivazione e la promozione di filiere e saperi di “connessione”, come ad esempio: attività di istruzione/ricerca, attività formative, informative e di scambio (regionale, nazionale e transnazionale), co-working, imprese innovative, produzioni locali a filiera corta, attività di commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, creativa e agroalimentare (in modo da consentirne la sostenibilità, l’indipendenza e la sovranità alimentare), recupero e rifuzionalizzazione del patrimonio pubblico in dismissione e privato inutilizzato (capace di conciliare tutela, ricerca e innovazione), turismo di qualità, trasporti, ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali, umanistiche, agrarie e ambientali.

Questo spostamento del baricentro necessita però – oltre che di una precisa e coraggiosa volontà politica – di una riprogettazione radicale delle politiche di prossimità in grado di elidere conflitti di competenza, ridondanze, clientelismi e sprechi di risorse (stornate o elargite a pioggia e senza criterio per decenni), ma soprattutto di ridefinire le funzioni e il coordinamento, mediante la stesura inter-istituzionale di un piano regolatore partecipato delle politiche culturali ed ambientali.

Una simile pianificazione, se adeguatamente monitorata, consentirebbe inoltre di determinare e condividere con maggior efficacia (potendone rendere meglio conto ai cittadini) gli esiti della sua azione, correggendo eventuali criticità, gestendo più razionalmente le risorse e declinandola con metodi più trasparenti e meritocratici su tutti i territori.

In quest’ottica il necessario contributo privato entrerebbe all’interno della progettualità e della gestione complessiva, che vedrebbero però l’istituzione pubblica garante e promotrice dei beni comuni, ma anche della sicurezza e del prestigio, di ogni investimento.

Allo stesso modo, una gestione più intellegibile, agile e direzionata dell’intero sistema culturale, riuscirebbe ad intercettare con più facilità e coerenza le risorse comunitarie evitando di mancarne l’accesso e di vederle stornate o sprecate.

Il processo partecipativo – strutturale anziché formale – nella definizione di questa policy diviene necessario sia per recepire la vitalità, le necessità, le questioni e le buone pratiche che i territori esprimono, sia che per commisurare periodicamente gli strumenti di pianificazione evitando dinamiche top-down e valorizzando al massimo l’autogoverno,  la capacità e la volontà da parte delle comunità di mettersi al centro dei processi virtuosi.

All’interno di questo imprescindibile quadro di riferimento è necessaria la ridefinizione dei luoghi di produzione e distribuzione istituzionali della cultura, intesi non più come locations evenemenziali, come costosi gioielli o come buchi neri della spesa, né come luoghi di spartizione clientelare o economica (cfr. spoil system politico o servizi aggiuntivi museali), ma come laboratori attivi, ricettivi e trasparenti organizzati in rete e diffusi su tutto il territorio urbano ed i territori che lo circondano. Questi laboratori transculturali avranno il compito di riattivare il tessuto della produzione e della distribuzione della cultura indipendente e della necessità di socializzazione, istruzione e formazione da parte di tutta la cittadinanza, dai bambini agli anziani.

Questi laboratori saranno luogo di incontro e traduzione, sociale e culturale, costituendo un anello fondamentale tra la dimensione locale e quella transnazionale, interagendo con la ricca rete di istituti di cultura e accademie di cui Roma è la più ricca al mondo.

Per questo è improrogabile la revisione di tutte quelle deleghe, statuti e protocolli attraverso i quali le passate amministrazioni hanno consegnato la città nelle mani di società partecipate – coacervi clientelari e centri di potere, a partire da Zètema e Civita – che succhiano e sprecano risorse impedendo di fatto la gestione e il ripensamento di tutto ciò che la cultura è e può tornare essere per Roma.

Davide Franceschini
 
 

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