100 giorni per cambiare Roma

Istituire gli Stati Generali della Cittadinanza

In una città di oltre 3 milioni di abitanti, su 2 milioni e 300 mila aventi diritto al voto, solo 664.490 hanno scelto il nuovo sindaco.

Non manca molto perché l’intero assetto democratico risulti essere un’enorme superfetazione di una società ordinata unicamente dalle regole del consumo (a debito) e dalla gestione proprietaria dei media.

I cinque anni di governo che aspettano la giunta Marino e il Consiglio Comunale sono forse l’ultima occasione per ricucire il rapporto con una cittadinanza impoverita, esausta, sfiduciata e far sì che, alla prossima scadenza elettorale, quel drammatico 56% di astenuti/e – la maggioranza dei quali giovani – torni a vivere la politica come uno spazio di partecipazione attiva ed entusiasta per la costruzione del benessere collettivo.

Non basta aver cacciato un cattivo amministratore, che ha gestito la città attraverso meccanismi opachi, iniqui e clientelari, per assicurare a Roma la sua liberazione. Non basta aver allontanato e ridimensionato la retorica fascista che ha gravemente compresso i diritti delle persone più vulnerabili, alimentando la sofferenza con l’odio. Non basta dichiarare di voler liberare Roma se poi non si avrà il coraggio di smantellare alla radice quel sistema di relazioni, interessi e poteri che ha governato la città per oltre un trentennio, umiliandola, sfregiandola e indebitandola.

Questo abbraccio mortale, che rappresenta lo specimen di un sistema che imprigiona tutta l’Italia, ha spinto Roma verso un debito multimiliardario – mai del tutto quantificato – che si è tradotto in una costante erosione del welfare e peserà come un macigno su qualsiasi scelta della futura amministrazione, condizionandone l’autonomia e la stessa funzione pubblica.

Il tanto invocato e necessario cambiamento passa per la netta rottura di questo legame. Passa per la nomina nei ruoli decisionali di personalità non solo competenti, ma soprattutto indipendenti, lungimiranti, coraggiose e autorevoli. Passa per il reale coinvolgimento delle cittadine e dei cittadini nel processo di ripensamento del destino della città. Passa per la centralità della cultura come fattore di rigenerazione sociale e garanzia di cittadinanza universale.

La crescente disoccupazione, i vincoli imposti dalle politiche di austerità, la mancanza di una visione culturale, economica e sociale innovativa e di sistema – più che urgente per restituire dignità e futuro alle nude vite – non ci consente di rilassarci, delegando la nostra salvezza a facili soluzioni e insostenibili compromessi.

I primi 100 giorni cadranno in buona parte durante l’estate, e questo rischia di giovare ai soliti noti, soprattutto se ce ne andremo tutti al mare convinti di aver rimesso “al sicuro” la città.

Sta a chi come noi ha lavorato a un’alternativa, e a cui non basta tornare al rumore e al torpore colpevoli del “modello Roma”, trasformare l’evidente debolezza di questa nascente amministrazione in una occasione inedita di rinascita della politica e della polis.

Se, come Ignazio Marino ha scritto “È dalla democrazia che bisogna ripartire per far rinascere la nostra città” ed è per questo “necessario rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni”, occorre che, qui e ora, sia l’Istituzione di cui ora è alla guida “a fare il primo passo”: indire entro i primi 100 giorni gli Stati Generali della Cittadinanza.

Il passo successivo, l’istruzione di questo percorso da fare insieme, dovrà necessariamente vedere la costruzione di una relazione strutturale e di un confronto serrato con chi sta già declinando da molto tempo e su tutto il territorio una nuova idea di città e di cittadinanza.

Come animatori e animatrici di CoCoMeRo sentiamo questa sfida come nostra e non riteniamo che il futuro di questa città possa prescindere dal diretto coinvolgimento di tutte quelle competenze, pratiche ed esperienze che, qui e ora, sono pronte ad assumersi la responsabilità del cambiamento.

***

>>> LETTERA APERTA A IGNAZIO MARINO (28.05.2013)

 

Gentile Ignazio Marino,

abbiamo ascoltato con molta attenzione, lunedì, la Sua conferenza stampa. Parole chiare e importanti, che a Roma hanno un significato preciso.

Lei ha parlato “del desiderio e della necessità del cambiamento”; ci ha raccontato delle speranze e delle sofferenze dei giovani, di chi non trova casa e lavoro e di chi non riesce a crearne; ci ha parlato di una cultura e di un patrimonio “solo posseduti” da questa città e dell’incapacità di metterne a valore le immense potenzialità, “per noi e per il pianeta”. Ha affermato che la rinascita di Roma può partire solo “dalla cultura, dall’archeologia, dall’innovazione, dalla ricerca, dalla valorizzazione del paesaggio” e da una nuova economia basata su una rivalutazione del settore agroalimentare e sulla rigenerazione dei tessuti urbani, contro ogni ulteriore cementificazione.

Il desiderio di cambiamento che Lei vuole interpretare non passa soltanto dal “voltare la pagina” disgraziata di questi ultimi 5 anni. Quella pagina, infatti, si tiene insieme alle tante pagine scritte dalle amministrazioni di centro-sinistra che hanno portato in 15 anni a indebitare la città per oltre 10 miliardi di euro.

Non basta quindi strappare l’ultima pagina, occorre scrivere un nuovo libro, il libro del buon governo.

Senza cedere a facili trionfalismi, Lei stesso è ben consapevole che il voto che la sta accreditando come possibile nuovo sindaco, è stato raccolto solo nel 53% dell’elettorato. La percentuale più bassa mai registrata a Roma.

È anche non andando a votare, o votando per liste civiche e candidature indipendenti, che una parte consistente dei cittadini e delle cittadine ha espresso il proprio desiderio di cambiamento. Ora si tratta di trasformare questo desiderio in partecipazione, in fiducia nelle istituzioni, in entusiasmo verso un’altra idea di città e in una visione innovativa della politica.

Il progetto di città di cui c’è urgente bisogno per porre fine alla sofferenza e al degrado non può che essere costruito a partire dalle esperienze sul territorio che da anni stanno già indicando la prospettiva di cambiamento che lei adesso vuole interpretare.

Sono queste esperienze che hanno consentito di salvare la città da altri 23 milioni di metri cubi di cemento, tutelando il patrimonio pubblico dalla speculazione politica e finanziaria. Sono queste pratiche sociali che hanno creato originali prospettive culturali e occupazionali, che hanno agito una mobilità alternativa, che hanno inventato nuove forme di cura per il territorio e le persone, che hanno gettato ponti tra le culture, senza il sostegno, anzi a volte con l’opposizione delle istituzioni cittadine.

Siamo però consapevoli che le pratiche di resistenza non parlano a tutta la città, e non bastano a configurarsi in istituzione. La vera rivoluzione copernicana non sta nella sola legittimazione di questi percorsi, ma nel far sì che si rifondi il rapporto tra cittadinanza e istituzioni. Occorre quindi costruire, a partire da ora, uno spazio permanente di confronto e progettazione che sia capace di reinventare la democrazia mettendo la partecipazione a monte e non a valle dei processi di governo.

I molti e diffusi interessi organizzati nella città, se non i singoli portatori di voti, cercheranno di contrattare un posto al sole nella futura spartizione di Roma. È il percorso più ovvio, quello già noto, che sappiamo già in atto in queste ore, quello della vecchia politica che ha dilaniato la vita democratica e corrotto il rapporto tra cittadini e istituzioni. Prendere questa strada equivale a porre una pietra tombale sulla città, sancendone il definitivo declino.

Per impedire che questo destino si riproduca e comprometta definitivamente non solo la vita delle istituzioni ma soprattutto la coscienza dei cittadini, c’è bisogno di interrompere una volta per tutte questa dinamica fallimentare, agendo una discontinuità sostanziale, e non retorica, nella pratica politica e amministrativa.

Facciamo di Roma il laboratorio dell’innovazione sociale, costruiamo insieme gli spazi e gli strumenti per dar vita a nuovo modello di democrazia partecipata, competente e trasparente. Apriamo al Mattatoio – luogo sofferente e simbolico della città, in cui incombe la vecchia politica e i suoi interessi – il nuovo libro del buon governo, gli Stati Generali della Cittadinanza. Domenica 2 giugno, alle 10.30.

Il gruppo organizzativo

Lorenzo Romito
Davide Franceschini
Carlo Antonicelli
Silvia Sbordoni
Cristiana Scoppa
 
***

>>> RISPOSTA DI IGNAZIO MARINO (01.06.2013)

Gentile Lorenzo Romito,

la ringrazio per la lettera che mi ha fatto pervenire. All’ interno vi ho trovato molti elementi condivisibili e utili spunti di riflessione per questi ultimi giorni di ballottaggio.

Concordo, infatti, con lei quando afferma che “il progetto di città di cui c’è urgente bisogno per porre fine alla sofferenza e al degrado non può che essere costruito a partire dalle esperienze sul territorio”.

Ritengo questo un punto fondamentale del mio programma di governo e della mia idea di città. Roma deve tornare a mettere al centro del suo interesse le persone, le loro storie, le loro professionalità.

Roma deve tornare ad ascoltare, a curare, abbandonando la logica della mera gestione del potere per occuparsi del bene comune

Questi ultimi cinque anni sono stati anni bui in cui Roma, purtroppo, ha dimenticato la sua storia e il suo prestigio. Ha dimenticato di essere la città in cui è nata l’Unione Europea. Unione fondata, prima ancora
che sul commercio, sul rispetto delle persone e sulla tutela dei diritti.

Roma è diventata una città dove si è indebolito il tessuto economico e sociale ed è aumentata la distanza tra centro e periferia, mentre un’intera classe dirigente si arricchiva attraverso l’occupazione
sistematica delle “poltrone”.

Girando per le strade ho potuto tastare con mano il profondo disagio delle romane e dei romani. Un disagio economico acuito dalle tante difficoltà quotidiane prodotte dall’incapacità di un’amministrazione di
dare risposte concrete e servizi efficienti.

Un disagio che si è trasformato in una positiva voglia di cambiamento emersa dalle urne domenica e lunedì.
Certo, a fronte delle romane e dei romani che hanno visto in me una reale scelta di cambiamento, abbiamo dovuto registrare la percentuale di astensionismo più alta mai vista a Roma.
Astensionismo che denota, inevitabilmente, stanchezza e sfiducia da parte dei cittadini, demotivatati dalle tante promesse non mantenute dalla classe dirigente nazionale e locale .

Per questo spenderò ogni minuto di questi ultimi giorni per far si che i cittadini ritornino alle urne, in quanto credo che il momento del voto rappresenti la massima espressione della democrazia.

È dalla democrazia che dobbiamo ripartire se vogliamo far rinascere la nostra città. Come lei sottolinea giustamente, è necessario rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni.
E nel farlo devono essere proprio queste ultime a fare il primo passo.

Come avrà certamente avuto modo di vedere, il mio programma si basa su un profondo cambiamento del metodo di governo. Un metodo che fa della trasparenza, del merito e della partecipazione i tre pilastri fondamentali. Sono temi a me cari. Sono i temi con cui mi presentai nel 2009 alle primarie del PD e che rivendico con orgoglio perché hanno segnato profondamente la mia vita personale.

Le posso assicurare che con me il Comune sarà una casa di vetro dove non troveranno più spazio privilegi e favori ma si sosterrà sempre, e con tutti i mezzi possibili, la competenza e l’onestà.
Spero che il cambiamento che ho intenzione di portare avanti possa ricevere il suo sostegno e mi auguro di poterla incontrare al più presto.

Un cordiale saluto.
Ignazio Marino

Un pensiero su “100 giorni per cambiare Roma

  1. io credo di avervi capito…ma non so quanti capiranno la vs ammirevole intenzione…in quale modo unirci nella protesta…come “istruire un tavolo pubblico”.io sono vecchia e molto demoralizzata, ma vorrei pot4ervi seguire…

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